Ricerca · Economia sociale · Futuri possibili

Il caso del 2050

Il futuro dell’economia sociale non si prevede: si legge negli indizi che ha già lasciato. Dieci anni di policy europea, quattro shock sistemici e un’unica domanda aperta — chi decide, e a vantaggio di chi?

di Lorenzo Liguoro per Sherpa srl 24 agosto 2026 15 minuti di lettura

  • 5indizi Dieci anni di policy europea, dal 2011 alla Mid-term review del 2026
  • 4shock Clima, intelligenza artificiale, demografia, catene globali
  • 1domanda Chi decide sulle risorse strategiche — e chi ne beneficia
Lorenzo Liguoro, Vice Presidente Ricerca e Sviluppo di Sherpa
Lorenzo Liguoro · Vice Presidente, Ricerca & Sviluppo

Un patto con il lettore

Non una previsione. Un’indagine.

Un patto, prima di cominciare: nessuna previsione sul 2050. Soltanto i fatti già sul tavolo — e l’ipotesi che, per ora, li spiega meglio.

È il 2026. L’economia sociale europea comprende più di 4,3 milioni di organizzazioni e garantisce almeno 11,5 milioni di posti di lavoro, circa il 6,3% dell’occupazione nell’Unione. Cooperative, associazioni, mutue, fondazioni e imprese sociali operano ormai nella cura, nell’abitare, nell’energia, nella finanza, nell’agroalimentare, nella cultura e nell’economia circolare. Nello stesso tempo, però, molte di queste organizzazioni continuano a incontrare ostacoli nell’accesso al credito, ai mercati, alle competenze e persino a un riconoscimento giuridico stabile.

4,3 mln organizzazioni dell’economia sociale in Europa
11,5 mln posti di lavoro garantiti
6,3% dell’occupazione nell’Unione europea

La contraddizione è interessante: l’economia sociale è abbastanza grande da essere considerata strategica, ma ancora troppo frammentata per esprimere pienamente il proprio potenziale.

Propongo allora un patto. Non proverò a prevedere il futuro. Non tenterò di descrivere come vivremo nel 2050 né di indovinare quali tecnologie domineranno il mercato. Tratterò invece l’evoluzione dell’economia sociale come un’indagine: partiremo da alcuni indizi concreti, emersi negli ultimi dieci anni, e cercheremo di capire dove potrebbero condurci se li mettiamo in relazione con quattro trasformazioni già in corso — cambiamento climatico, intelligenza artificiale, transizione demografica e riconfigurazione delle catene globali del valore.

Il modo di ragionare è abduttivo: osservare fatti diversi e formulare l’ipotesi che sembra spiegarli meglio, sapendo che rimane provvisoria e dovrà essere corretta quando emergeranno nuovi elementi. Se serve un nume tutelare, possiamo concederci per una volta Sherlock Holmes: non perché conosca già la soluzione, ma perché sa che un dettaglio diventa un indizio solo quando trova posto dentro una trama di relazioni.

In breve, per chi ha cinque minuti

Cinque indizi, raccolti negli ultimi dieci anni di policy europea, dicono che l’economia sociale sta cambiando funzione: da correttivo ai margini del mercato a infrastruttura di politica industriale, con la governance sempre più al centro, sempre più misurata, ancora frammentata per tradizione nazionale e sempre più parte di un linguaggio internazionale condiviso.

Messi alla prova contro clima, intelligenza artificiale, demografia e riconfigurazione delle catene globali, questi indizi portano a un’unica ipotesi: il valore dell’economia sociale nel 2040–2050 non dipenderà dai settori in cui opera, ma dalla sua capacità di distribuire il potere di decidere su risorse sempre più strategiche — territorio, dati, tempo di cura e materiali.

La mappa del ragionamento

Come si costruisce l’ipotesi, passaggio per passaggio

Cinque indizi tratti dalle policy europee vengono messi alla prova contro quattro trasformazioni sistemiche. Dal confronto emerge una trama comune, che porta a una sola domanda e a una sola ipotesi.

  1. Osservare Cinque indizi nelle policy europee
    • Politica industriale
    • Beni comuni e governance
    • Regime dell’evidenza
    • Pluralità istituzionale
    • Grammatica globale

    Dieci anni di documenti, dal 2011 alla Mid-term review del 2026.

  2. Mettere alla prova Quattro trasformazioni sistemiche
    • Cambiamento climatico
    • Intelligenza artificiale
    • Transizione demografica
    • Catene globali del valore

    Per ciascuna: un segnale osservabile, una catena causale, un circuito di retroazione, una biforcazione.

  3. Riconoscere La trama comune
    • Ogni transizione ha una risorsa critica
    • Chi la controlla concentra il potere di decidere
  4. La domanda Il centro dell’indagine
    Chi decide sulle risorse strategiche? Territorio e acqua, dati e modelli, tempo di cura, materiali e nodi logistici.
  5. L’ipotesi Provvisoria, da correggere
    Il valore dell’economia sociale nel 2040–2050 dipenderà dalla sua capacità di distribuire il potere di decidere.
Il percorso è abduttivo: l’ipotesi resta provvisoria e dovrà essere corretta quando emergeranno nuovi elementi.

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Il dossier europeo

Cinque indizi sul futuro dell’economia sociale

Cronologia

Quindici anni di policy europea, in sei passaggi

Dal 2011 al 2026 lo sguardo delle istituzioni si sposta: dalla singola impresa sociale agli ecosistemi, dagli ecosistemi alla politica industriale, dalla politica industriale alla governance e al riconoscimento internazionale.

  1. 2011 Social Business Initiative Un ambiente favorevole alla singola impresa sociale: visibilità, credito, quadro giuridico.
  2. 2021 Social Economy Action Plan Il perimetro si allarga: non più solo impresa sociale, ma un’economia di forme differenti.
  3. 2022 Transition Pathway · ILO · OCSE Trenta azioni in quattordici aree; prima definizione tripartita internazionale e Raccomandazione OCSE.
  4. 2023 Raccomandazione del Consiglio UE · ONU Condizioni quadro più coerenti fra Stati membri; riconoscimento dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite.
  5. 2024 Benchmarking europeo Organizzazioni, occupazione, valore aggiunto nei ventisette Stati: e quanto i dati restino disomogenei.
  6. 2026 Mid-term review Adottata il 30 marzo 2026: servono evidenze sistematiche e comparabili.

Lo spostamento dello sguardo Singola impresa sociale Ecosistemi Politica industriale Governance Riconoscimento internazionale

Le date e i contenuti riportati sono quelli citati nell’articolo. La direzione conta più delle singole tappe: l’oggetto osservato si allarga a ogni passaggio.

Il percorso dell’indagine

Cinque indizi, un solo filo

Ogni indizio registra uno spostamento e porta con sé una tensione irrisolta. I riquadri sono collegamenti: portano direttamente al paragrafo corrispondente.

  1. Dal margine del welfare alla politica industriale Tensione · Essere letta con gli strumenti della politica industriale — produttività, investimenti, scalabilità — senza avere le dimensioni dell’automotive o della microelettronica.
  2. Dall’impresa sociale ai beni comuni e alla governance Tensione · Nessuna forma giuridica garantisce da sola una diversa gerarchia tra mezzi e fini.
  3. Dal racconto dei valori al regime dell’evidenza Rischio · Se si finanzia soltanto ciò che è misurabile, il settore può essere normalizzato invece che legittimato.
  4. Dalla frammentazione a una convergenza senza uniformazione Tensione · La pluralità può essere un limite oppure una forma di biodiversità istituzionale.
  5. Dall’esperienza locale a una grammatica globale Tensione · Non esiste uno standard unico: la prossimità entra nel linguaggio della governance globale senza perdere le differenze.

01 · Dal margine del welfare alla politica industriale

Nel 2011 la Commissione europea lanciava la Social Business Initiative. Il problema era creare un ambiente favorevole alle imprese sociali: renderle più visibili, facilitarne l’accesso al credito, migliorarne il quadro giuridico. Era un passaggio importante, ma il soggetto osservato rimaneva soprattutto la singola impresa capace di applicare strumenti imprenditoriali a una finalità sociale.

Dieci anni dopo, con il Social Economy Action Plan del 2021, il perimetro si allarga. Non si parla più soltanto di impresa sociale, ma di un’economia composta da forme differenti, accomunate dalla priorità assegnata alle persone e agli obiettivi sociali o ambientali rispetto al profitto, dal reinvestimento prevalente degli utili e da forme di governo democratiche o partecipative.

Con la nuova strategia industriale l’economia sociale e di prossimità viene riconosciuta come uno dei quattordici ecosistemi industriali europei. Nel 2022 il relativo Transition Pathway propone trenta azioni in quattordici aree, dalla transizione verde alla digitalizzazione, dall’accesso alla finanza alle competenze.

Non significa che una cooperativa sociale sia diventata improvvisamente paragonabile, per dimensioni o capacità di investimento, all’automotive o alla microelettronica. Significa però che l’Europa ha iniziato a osservare l’economia sociale con gli strumenti della politica industriale: catene del valore, innovazione, produttività, investimenti, resilienza, scalabilità.

Il primo indizio è quindi un cambio di funzione. L’economia sociale non è più chiamata soltanto a intervenire dove mercato e Stato falliscono. Comincia a essere considerata uno dei modi attraverso cui organizzare direttamente attività economiche, servizi e infrastrutture.

02 · Dall’impresa sociale alla produzione di beni comuni

Il secondo movimento è meno evidente, perché riguarda il modo in cui definiamo il valore. La Social Business Initiative era fortemente concentrata sull’impresa: un’organizzazione capace di stare sul mercato e, nello stesso tempo, risolvere un problema sociale. Nella fase successiva, il centro di gravità si sposta progressivamente verso gli ecosistemi, la democrazia economica, il mutualismo e la gestione condivisa delle risorse.

La riflessione sull’economia del bene comune, in forme diverse, ha contribuito ad allargare il campo. Christian Felber ha contestato l’idea che profitto e PIL possano rimanere gli unici misuratori del successo. Jean Tirole ha mostrato, da una prospettiva differente, che mercato e Stato devono essere valutati sulla loro capacità di produrre beni collettivi, governare esternalità e proteggere interessi che nessun attore individuale ha incentivo sufficiente a difendere.

Sul versante empirico, Jacques Defourny e Marthe Nyssens — tra i fondatori della rete di ricerca EMES — hanno mappato e confrontato sistematicamente le forme di impresa sociale nelle diverse tradizioni di welfare europee. Jean-Louis Laville ha portato questa lettura nella sociologia francese dell’economia solidale e, insieme a Philippe Eynaud, l’ha estesa ai movimenti sociali e al Sud globale. In Italia, Carlo Borzaga, fondatore di Euricse, ha guidato la ricerca empirica sulla cooperazione sociale che ne ha fatto un caso di riferimento internazionale.

Non ne deriva una forma unica. E forse è proprio questo il punto. L’economia sociale non coincide con una particolare forma giuridica, ma con una diversa gerarchia tra mezzi e fini: il capitale rimane necessario, il mercato rimane possibile, il profitto non scompare; nessuno dei tre, però, possiede automaticamente l’ultima parola.

Il secondo indizio riguarda dunque la governance: chi conferisce valore a una risorsa, chi decide come utilizzarla, chi riceve i benefici e chi sopporta i costi. È qui che l’economia sociale incontra il tema dei beni comuni.

03 · L’ingresso nel regime dell’evidenza

Per molto tempo l’economia sociale si è raccontata soprattutto attraverso i propri principi: solidarietà, reciprocità, partecipazione, primato della persona. Oggi questo non basta più. Per ottenere riconoscimento, accedere ai finanziamenti, partecipare agli appalti o orientare le politiche pubbliche occorre dimostrare dimensioni, risultati e impatti.

Lo studio europeo di benchmarking pubblicato nel 2024 aggiorna e ricostruisce sistematicamente, nei ventisette Stati membri, numero di organizzazioni, occupazione, valore aggiunto, fatturato, soci e volontari. Ma documenta anche quanto i dati rimangano incompleti, disomogenei e difficili da confrontare.

La Mid-term review del Social Economy Action Plan, adottata il 30 marzo 2026, insiste sulla necessità di produrre evidenze sistematiche e comparabili. È comprensibile: ciò che non viene contato tende a non entrare nei processi decisionali. Eppure proprio qui compare un possibile effetto collaterale.

Il meccanismo

Il circuito dell’evidenza — e il suo effetto collaterale

Misurare produce visibilità, la visibilità attrae risorse, le risorse permettono di misurare ancora. Il circuito si autoalimenta: la domanda è che cosa resta fuori.

  1. 01Un settore diventa misurabile
  2. 02Acquista visibilità
  3. 03Attrae risorse
  4. 04Investe nella produzione di dati
  5. 05Diventa ancora più misurabile

Il circuito si richiude. Ma se si finanzia soltanto ciò che è facilmente misurabile, le organizzazioni selezionano gli impatti che gli indicatori sanno riconoscere.

Restano ai margini gli effetti più difficili da isolare e monetizzare: fiducia, capacità civica, prevenzione, qualità democratica, coesione territoriale.

Più un settore diventa misurabile, più acquista visibilità; più acquista visibilità, più attrae risorse; più risorse riceve, più può investire nella produzione di dati. Ma se finanziamo soltanto ciò che è facilmente misurabile, le organizzazioni tenderanno a selezionare gli impatti che gli indicatori sanno riconoscere. Relazioni di fiducia, capacità civica, prevenzione, qualità democratica e coesione territoriale rischiano di diventare effetti marginali proprio perché sono più difficili da isolare e monetizzare.

L’indizio non è quindi la semplice crescita della misurazione. È la nascita di un regime dell’evidenza che può legittimare l’economia sociale oppure normalizzarla, spingendola ad assomigliare agli attori con cui compete.

04 · Convergenza senza uniformazione

L’economia sociale europea è il risultato di storie differenti. In Italia e Spagna è forte la tradizione cooperativa; in Francia hanno un ruolo centrale le mutuelles; in altri Paesi prevalgono associazioni, fondazioni o organizzazioni assimilabili alle charities. Anche la definizione di impresa sociale cambia sensibilmente da uno Stato all’altro.

La Raccomandazione del Consiglio dell’Unione europea del novembre 2023 prova a costruire condizioni quadro più coerenti: strategie nazionali, sistemi fiscali appropriati, accesso alla finanza, appalti socialmente responsabili, sostegno alle competenze e una migliore produzione di dati. Tra il 2021 e la fine del 2025, ventuno Stati membri avevano adottato o stavano preparando strategie nazionali o regionali; dodici avevano già approvato o riformato leggi sull’economia sociale e altri due stavano procedendo nella stessa direzione.

21 Stati membri con strategie nazionali o regionali adottate o in preparazione
12 Stati che hanno approvato o riformato leggi sull’economia sociale
+2 Stati che stavano procedendo nella stessa direzione

Sarebbe però sbagliato parlare di vera armonizzazione. La Raccomandazione non istituisce una forma giuridica europea unica e non cancella le differenze nazionali. Cerca piuttosto di costruire un terreno sul quale forme diverse possano essere riconosciute, sostenute e messe in relazione.

La frammentazione può essere un limite, ma la pluralità può diventare una forma di biodiversità istituzionale. Di fronte a problemi differenti, disporre di molte forme organizzative potrebbe rivelarsi più utile che imporre un’unica soluzione efficiente.

05 · Da esperienza locale a grammatica globale

Nel 2022 l’Organizzazione internazionale del lavoro ha adottato la prima definizione tripartita internazionale dell’economia sociale e solidale, e nello stesso anno l’OCSE ha elaborato una propria Raccomandazione sul tema. Nel 2023 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ne ha riconosciuto il contributo allo sviluppo sostenibile.

Non siamo ancora davanti all’esportazione di uno standard europeo unitario. Siamo piuttosto di fronte alla formazione di una grammatica condivisa: cooperazione volontaria, aiuto reciproco, finalità sociale o ambientale, autonomia, reinvestimento, governance democratica o partecipativa.

È un passaggio curioso. Organizzazioni nate per rispondere a bisogni locali entrano nel linguaggio della governance globale. La prossimità smette di essere sinonimo di marginalità e comincia a essere interpretata come capacità di trattenere valore, competenze e decisioni nei territori.

Quattro fascicoli aperti

Quattro shock, quattro possibili funzioni

Prenderò quattro trasformazioni già in corso e proverò a seguirne le conseguenze. Per ciascuna userò lo stesso schema: un segnale osservabile, una catena causale, un possibile circuito di retroazione e una biforcazione. Non si tratta di descrivere ciò che certamente accadrà, ma di domandarsi che cosa potrebbe accadere se alcuni meccanismi già visibili continuassero a rafforzarsi.

Cambiamento climatico: il territorio come infrastruttura di adattamento

La prima valutazione europea dei rischi climatici ha individuato trentasei rischi principali per energia, sicurezza alimentare, ecosistemi, infrastrutture, risorse idriche, stabilità finanziaria e salute. Molti hanno già raggiunto livelli critici.

Il meccanismo più pericoloso è facile da intuire. Gli shock climatici aumentano i costi di manutenzione, protezione e assicurazione. I territori più esposti diventano meno attrattivi per gli investimenti. Famiglie e imprese con maggiori risorse si spostano o si proteggono; quelle più fragili rimangono. La base fiscale si riduce, la capacità di prevenzione diminuisce e il territorio diventa ancora più vulnerabile allo shock successivo.

Circuito di retroazione · Clima

Un circuito che si autoalimenta

Ogni giro non torna al punto di partenza: lo peggiora. La vulnerabilità prodotta dal ciclo amplifica l’effetto dello shock successivo.

  1. 01Shock climatici
  2. 02Costi di protezione, manutenzione e assicurazione
  3. 03Meno attrattività e meno investimenti
  4. 04Chi ha risorse si sposta o si protegge
  5. 05Base fiscale in riduzione
  6. 06Minore capacità di prevenzione

Il ciclo si richiude su una maggiore vulnerabilità allo shock successivo.

Intervento · 01 Capacità territoriale permanente
  • Comunità energetiche e cooperative di utenza
  • Gestione condivisa dell’acqua
  • Mutualità assicurativa
  • Infrastrutture verdi e manutenzione diffusa
Intervento · 02 Infrastruttura materiale circolare
  • Ridurre il consumo di risorse
  • Mantenere in uso edifici e prodotti
  • Recuperare componenti
  • Progettare per riparazione e disassemblabilità
Intervento · 03 Governance condivisa
  • Decidere quali rischi affrontare per primi
  • Distribuire gli investimenti
  • Evitare che l’adattamento protegga soltanto chi può pagarlo
  • Appalti che premiano soluzioni rigenerative
Il circuito non si interrompe con una singola opera. Serve una capacità organizzata e permanente, materiale e istituzionale insieme.

È un circuito che si autoalimenta. Non si interrompe soltanto costruendo un argine o installando sensori. Occorre organizzare una capacità territoriale permanente: comunità energetiche, cooperative di utenza, gestione condivisa dell’acqua, mutualità assicurativa, infrastrutture verdi, manutenzione diffusa, riuso adattivo degli edifici, appalti pubblici capaci di premiare soluzioni rigenerative. È quello che Patrizia Messina chiama un territorio generativo: non la somma di iniziative isolate, imprenditoriali o pubbliche, ma una capacità condivisa tra imprese, istituzioni e comunità di produrre valore a partire dalle proprie interdipendenze locali.

Qui l’economia circolare mette a disposizione un’infrastruttura materiale: ridurre il consumo di risorse, mantenere in uso edifici e prodotti, recuperare componenti, progettare per la riparazione e la disassemblabilità. L’economia sociale può aggiungere l’infrastruttura istituzionale: decidere quali rischi affrontare per primi, come distribuire gli investimenti e come evitare che l’adattamento protegga soltanto chi può pagarlo.

La prima ipotesi è questa: nel 2040–2050 una parte significativa dell’economia sociale potrebbe diventare il sistema operativo locale dell’adattamento climatico. Non perché il “locale” sia automaticamente resiliente, ma perché l’adattamento richiede conoscenza situata, cooperazione continuativa e fiducia — risorse che non si acquistano rapidamente sul mercato quando arriva l’emergenza.

Intelligenza artificiale: l’algoritmo che non sa per chi lavora

L’intelligenza artificiale rende possibile coordinare sistemi che finora risultavano troppo complessi o costosi. Può incrociare flussi di scarto e fabbisogni produttivi, ottimizzare la logistica inversa, prevedere guasti, supportare la manutenzione e rendere utilizzabili le informazioni contenute nei passaporti digitali dei prodotti introdotti dal nuovo Regolamento europeo sulla progettazione ecocompatibile.

Ma l’IA porta con sé un circuito di concentrazione molto potente. Più dati consentono di offrire servizi migliori; servizi migliori attirano più utilizzatori; più utilizzatori producono altri dati; nuovi dati aumentano ulteriormente il vantaggio di chi controlla modelli e infrastrutture di calcolo.

Volano · Intelligenza artificiale

Il volano della concentrazione

Ogni giro del volano rende il giro successivo più facile per chi è già avanti. Non è un difetto del sistema: è il suo modo di funzionare.

Volano della concentrazione nell’intelligenza artificiale Sei fasi disposte in cerchio e collegate da frecce in senso orario: più dati, servizi migliori, più utilizzatori, nuovi dati, vantaggio su modelli e capacità di calcolo, potere decisionale concentrato. Il ciclo torna al punto di partenza. Al centro la domanda: chi stabilisce la funzione obiettivo? 01 Più dati 02 Servizi migliori 03 Più utilizzatori 04 Nuovi dati 05 Vantaggio su modelli e capacità di calcolo 06 Potere decisionale concentrato LA VARIABILE CRITICA Chi stabilisce la funzione obiettivo?
  1. 01Più dati
  2. 02Servizi migliori
  3. 03Più utilizzatori
  4. 04Nuovi dati
  5. 05Vantaggio su modelli e capacità di calcolo
  6. 06Potere decisionale concentrato

Il volano torna al punto 01: la variabile critica è chi stabilisce la funzione obiettivo.

La biforcazione Oppure: governare l’infrastruttura informativa invece di acquistarla
  • Data commons
  • Cooperative di piattaforma
  • Rappresentanza collettiva verso gli algoritmi
  • Conoscere, contestare e correggere le decisioni automatizzate
  • Negoziare quali dati raccogliere e per quali finalità
La variabile critica non è soltanto chi possiede l’algoritmo, ma chi può stabilire la sua funzione obiettivo.

Se algoritmi proprietari iniziano a orientare l’accesso alla cura, al credito, alla mobilità o all’abitare, chi controlla l’infrastruttura informativa acquisisce una quota crescente del potere di definire bisogni, priorità e criteri di ammissibilità.

L’economia sociale potrebbe limitarsi ad acquistare questi servizi. Oppure potrebbe assumere una funzione più ambiziosa: organizzare data commons, cooperative di piattaforma e forme di rappresentanza collettiva nei confronti degli algoritmi; garantire che le persone possano conoscere, contestare e correggere le decisioni automatizzate; negoziare quali dati raccogliere e per quali finalità.

Non attribuisco all’intelligenza artificiale lo status di soggetto politico. Il punto è esattamente l’opposto: più l’IA entra nella decisione, più devono rimanere identificabili la responsabilità umana, le finalità assegnate al sistema e le possibilità di contestazione.

La seconda ipotesi è che, entro il 2050, alcune organizzazioni dell’economia sociale potrebbero diventare istituzioni fiduciarie dei dati: soggetti capaci di amministrare informazioni e strumenti algoritmici nell’interesse di comunità, lavoratori, utenti e territori. La variabile critica non sarà soltanto chi possiede l’algoritmo, ma chi può stabilire la sua funzione obiettivo.

Trasformazione demografica: una società con più cura e meno persone per offrirla

Secondo le proiezioni europee, entro il 2050 circa il 30% della popolazione potrebbe avere più di 65 anni e potrebbero rimanere meno di due persone in età lavorativa per ogni persona anziana. Il dato non descrive un destino uniforme: territori, sistemi familiari, migrazioni e condizioni di salute produrranno situazioni molto differenti. Indica però una pressione strutturale.

L’invecchiamento aumenta la domanda di cura; la riduzione della popolazione attiva rende più difficile trovare lavoratori; la scarsità di servizi trasferisce il carico sulle famiglie; i caregiver, soprattutto donne, riducono o abbandonano il lavoro; la forza lavoro disponibile diminuisce ulteriormente.

Sistema · Demografia

La morsa della cura

Due movimenti opposti stringono lo stesso punto: la domanda di cura cresce mentre la platea di chi può offrirla si riduce. La catena che ne deriva peggiora entrambi i lati.

Cresce La domanda di cura
  • Entro il 2050 circa il 30% della popolazione potrebbe avere più di 65 anni
  • L’invecchiamento aumenta il bisogno di assistenza
La morsa Pressione strutturale
Si riduce Chi può offrirla
  • Meno di due persone in età lavorativa per ogni persona anziana
  • Più difficile trovare lavoratori per i servizi
  1. 01Invecchiamento
  2. 02Aumenta la domanda di cura
  3. 03Scarsità di lavoratori e servizi
  4. 04Il carico si trasferisce sulle famiglie
  5. 05I caregiver riducono o lasciano il lavoro

La forza lavoro disponibile diminuisce ulteriormente: la scarsità di partenza si aggrava.

Risposta Infrastruttura distribuita della cura
  • Cooperative di comunità e mutualità
  • Servizi domiciliari integrati
  • Abitare collaborativo
  • Reti intergenerazionali
  • Piattaforme pubbliche o cooperative
Supporto Il ruolo della circolarità
  • Manutenzione e riuso degli ausili
  • Adattamento degli alloggi
  • Mobilità come servizio
  • Centri di riparazione e spazi di prossimità
Condizioni · senza queste, non regge Tre vincoli non negoziabili
  • Finanziamenti stabili
  • Lavoro dignitoso
  • Responsabilità pubblica non delegabile
Senza quei tre vincoli, l’economia sociale rischia di diventare il luogo in cui vengono scaricati i costi che Stato e mercato non vogliono sostenere.

La tecnologia potrà aumentare l’autonomia delle persone, facilitare il monitoraggio e ridurre alcune attività ripetitive. Non potrà però sostituire interamente la dimensione relazionale della cura. Né possiamo pensare di fondare il sistema sul lavoro volontario o sottopagato.

Cooperative di comunità, mutualità, servizi domiciliari integrati, abitare collaborativo, reti intergenerazionali e piattaforme pubbliche o cooperative possono costruire un’infrastruttura distribuita della cura. La circolarità ha qui un ruolo di supporto: manutenzione e riuso degli ausili, adattamento degli alloggi, mobilità come servizio, centri di riparazione e spazi di prossimità possono ridurre costi e isolamento. Il cuore del problema rimane la riproduzione sociale: chi si prende cura di chi si prende cura?

La terza ipotesi è che l’economia sociale potrebbe diventare una delle principali infrastrutture europee della cura. Perché ciò avvenga, tuttavia, serviranno finanziamenti stabili, lavoro dignitoso e una responsabilità pubblica non delegabile. Senza queste condizioni rischierebbe di diventare soltanto il luogo nel quale vengono scaricati i costi che Stato e mercato non vogliono sostenere.

Riconfigurazione delle catene globali: il caso dei materiali scomparsi

Per trent’anni abbiamo organizzato molte catene del valore intorno all’efficienza: produrre ogni componente dove costava meno e collegare tutto attraverso reti logistiche, finanziarie e digitali globali. Guerre, pandemia, sanzioni, crisi energetiche e conflitto tecnologico hanno mostrato che le reti più efficienti possono essere anche estremamente vulnerabili.

Biforcazione · Catene globali

Dallo stesso punto di partenza, due esiti diversi

L’efficienza globale ha concentrato i nodi critici. Da qui la strada si divide: dipendenza strategica da un lato, autonomia di prossimità dall’altro.

Punto di partenza Efficienza globale e concentrazione dei nodi critici
Ramo A · Se nulla cambia Dipendenza strategica
  1. Shock geopolitico
  2. Interruzione della fornitura
  3. Scarsità
  4. Dipendenza da pochi nodi

La posizione nella rete diventa uno strumento per osservare, escludere o condizionare.

Ramo B · La via alternativa Autonomia strategica di prossimità
  1. Circolarità e recupero dei materiali
  2. Urban mining, RAEE, simbiosi industriale
  3. Riparazione avanzata e bioraffinerie territoriali
  4. Competenze e infrastrutture di prossimità

Non autarchia: capacità selettiva di trattenere nei territori risorse, competenze e infrastrutture essenziali.

10% del fabbisogno coperto internamente tramite estrazione
40% tramite trasformazione interna
25% tramite riciclo
max 65% del consumo di ciascun materiale strategico da un unico Paese terzo
Obiettivi indicativi fissati per il 2030 dal Critical Raw Materials Act europeo. Anche le filiere circolari, però, possono essere concentrate, automatizzate ed estrattive: dipende dalla governance.

Henry Farrell e Abraham Newman hanno definito weaponized interdependence la capacità degli Stati che controllano nodi centrali delle reti globali di utilizzare quella posizione per osservare, escludere o condizionare altri attori. La strategia europea di sicurezza economica riconosce oggi esplicitamente i rischi per le catene di fornitura, le infrastrutture critiche, la sicurezza tecnologica e la possibile strumentalizzazione delle dipendenze economiche.

Non si tratta di un controllo assoluto esercitato da un solo Paese. I nodi critici sono distribuiti tra Stati Uniti, Cina, altre giurisdizioni e un numero limitato di grandi imprese. Il problema è la concentrazione.

Il Critical Raw Materials Act europeo fissa per il 2030 obiettivi indicativi molto chiari: coprire internamente almeno il 10% del fabbisogno attraverso estrazione, il 40% attraverso trasformazione e il 25% attraverso riciclo, evitando che più del 65% del consumo di ciascun materiale strategico dipenda da un unico Paese terzo.

In questo scenario l’economia circolare smette di essere soltanto una politica ambientale e diventa una componente della sicurezza economica. Urban mining, recupero dei RAEE, simbiosi industriale, riparazione avanzata, bioraffinerie territoriali e valorizzazione dei sottoprodotti possono ridurre l’esposizione agli shock esterni.

Un materiale apparentemente marginale come la lana alpina aiuta a comprendere il meccanismo. Se viene trattata come uno scarto, diminuisce il valore medio generato da ogni capo; la pastorizia diventa meno sostenibile; si perdono competenze, presidio del territorio e servizi ecosistemici. Se quella stessa lana entra in filiere per la bioedilizia, l’isolamento, il design o il tessile tecnico, non recuperiamo soltanto un materiale: sosteniamo un sistema territoriale di conoscenze, lavoro e manutenzione del paesaggio.

La quarta ipotesi è quella di un’autonomia strategica di prossimità. Non autarchia e non ritorno nostalgico alle economie chiuse, ma capacità selettiva di mantenere nei territori risorse, competenze e infrastrutture essenziali. L’economia sociale può contribuire a trattenere localmente il valore prodotto. Anche le filiere circolari, però, possono essere concentrate, automatizzate ed estrattive. Ancora una volta, tutto dipende dalla governance.

La trama che collega i fascicoli

Quattro problemi, la stessa struttura

Siamo partiti dal clima, dall’intelligenza artificiale, dalla demografia e dalla sicurezza geopolitica. Sembravano quattro problemi differenti. In realtà presentano la stessa struttura.

Mappa di sistema · La governance

Quattro trasformazioni, quattro risorse critiche, una sola domanda

Ogni transizione crea opportunità e, insieme, concentra diritti di decisione nelle mani di chi controlla la risorsa critica. La domanda al centro è la stessa in tutti e quattro i casi.

Chi decide? La governance è la trama comune
Clima Territorio, acqua, energia Chi decide quali rischi affrontare per primi e chi viene protetto.
Intelligenza artificiale Dati, modelli, capacità di calcolo Chi definisce bisogni, priorità e criteri di ammissibilità.
Demografia Tempo, lavoro, relazioni di cura Chi si prende cura di chi si prende cura, e a quali condizioni.
Catene globali Materiali, tecnologie, nodi logistici Chi trattiene competenze, valore e capacità nei territori.

La struttura ricorrente: ogni transizione crea nuove opportunità, ma tende a concentrare i diritti di decisione nelle mani di chi controlla la risorsa critica. Il carattere sociale di un’economia dipende da come vengono distribuiti potere decisionale, rischi, benefici, informazioni e responsabilità.

Nessuna delle condizioni tecniche — circolarità, IA, prossimità — stabilisce da sola a vantaggio di chi funzionerà il sistema.

Ogni transizione crea nuove opportunità, ma tende anche a concentrare diritti di decisione nelle mani di chi controlla la risorsa critica. La circolarità può ridurre la dipendenza dai materiali; l’IA può rendere più efficiente la loro gestione; le organizzazioni di prossimità possono conoscere meglio i bisogni. Nessuna di queste condizioni stabilisce, da sola, a vantaggio di chi funzionerà il sistema.

Il principale valore dell’economia sociale del 2040–2050 potrebbe non dipendere dai settori nei quali opererà, ma dalla sua capacità di distribuire il potere di decidere intorno a risorse sempre più strategiche.

In questa prospettiva l’economia sociale non è un comparto residuale e nemmeno una versione più gentile dell’impresa tradizionale. È, potenzialmente, una tecnologia istituzionale: un insieme di regole attraverso cui persone e organizzazioni condividono rischi, investimenti, informazioni, responsabilità e benefici.

Una falsa pista

L’economia sociale non è automaticamente buona

Sarebbe rassicurante fermarsi qui, ma mancherebbe un indizio decisivo. Una forma cooperativa non garantisce automaticamente democrazia. Il radicamento locale può produrre fiducia, ma anche chiusura e cattura da parte delle élite. Un processo partecipativo può distribuire potere oppure limitarsi a ratificare decisioni già prese. Una rendicontazione d’impatto può generare apprendimento oppure diventare un esercizio ornamentale.

Due strati

Ciò che si vede, ciò che va verificato

Lo strato superiore è dichiarativo: si legge nello statuto o nel bilancio sociale. Lo strato inferiore è la governance reale, e va verificato caso per caso.

Strato visibile · le etichette
  • Forma cooperativa
  • Radicamento locale
  • Processo partecipativo
  • Rendicontazione d’impatto

Non garantisce

Strato da verificare · le regole decisionali reali
  • Chi partecipa alle decisioni
  • Chi controlla dati e risorse
  • Chi riceve i benefici
  • Chi sostiene costi e rischi
  • Chi risponde degli esiti
  • Quando una decisione viene riesaminata
Il carattere sociale non risiede nell’etichetta: deve essere continuamente prodotto e verificato nelle regole decisionali.

L’economia sociale può soffrire di sottocapitalizzazione, dipendenza dai finanziamenti pubblici, frammentazione, debolezza manageriale e ricorso eccessivo al lavoro volontario. Può inseguire gli indicatori più premiati e perdere la propria missione. Può adottare una piattaforma digitale senza acquisire alcun controllo reale sui dati. Può entrare nell’economia circolare lasciando invariata la distribuzione del valore lungo la filiera.

Il carattere sociale non risiede nell’etichetta dell’organizzazione. Deve essere continuamente prodotto e verificato nelle sue regole decisionali.

La domanda rimasta sul tavolo

Il futuro come spazio di decisione

Arrivati a questo punto, il futuro non appare più come una linea da prevedere, ma come uno spazio di decisione. Non sappiamo quale combinazione di shock, innovazioni e conflitti caratterizzerà il 2050. Possiamo però costruire decisioni robuste: non quelle perfettamente ottimizzate per un unico futuro atteso, ma quelle capaci di rimanere desiderabili, fattibili e sostenibili in più futuri plausibili.

Questo richiede partecipazione consapevole. Non la semplice raccolta di preferenze, ma la possibilità per cittadini e stakeholder di comprendere dati, incertezze, alternative e conseguenze. Richiede inoltre di trattare la decisione come un processo sistemico: rendere visibili le catene causali, i feedback, i ritardi, gli attori che possono intervenire e quelli sui quali ricadono benefici e danni.

Un’architettura della decisione stabilisce chi entra nel processo, quali conoscenze vengono considerate, chi controlla i dati, quali interessi possono porre un limite, chi risponde degli esiti e quando una scelta deve essere riesaminata. È un dispositivo democratico proprio perché non presume di eliminare il conflitto: lo rende leggibile, discutibile e governabile.

Processo · Architettura della decisione

Sette passaggi che rendono una decisione discutibile

Ogni passaggio è una domanda a cui l’architettura deve rispondere in modo esplicito. L’ultimo non chiude il processo: lo riapre.

  1. Chi entra nel processo Attori coinvolti, e a quale titolo.
  2. Quali conoscenze vengono considerate Non solo dati tecnici: anche conoscenza situata.
  3. Chi controlla i dati La disponibilità dell’informazione è già una forma di potere.
  4. Quali alternative e quali conseguenze Rendere visibili catene causali, feedback e ritardi.
  5. Quali interessi possono porre un limite Il conflitto non viene eliminato: viene reso leggibile.
  6. Chi risponde degli esiti Su chi ricadono benefici e danni.
  7. Quando la scelta viene riesaminata La revisione è parte dell’architettura, non un ripensamento.
È un dispositivo democratico proprio perché non presume di eliminare il conflitto: lo rende leggibile, discutibile e governabile.

È qui che ritrovo il senso più profondo del lavoro di Sherpa: accorciare la distanza tra decision maker e community holder, portando nei processi decisionali conoscenze scientifiche, capacità relazionali, strumenti di dialogo e consapevolezza delle interdipendenze.

La distanza da accorciare

Decision maker · Sherpa · community holder

Sherpa non sostituisce né le istituzioni né le comunità: rende praticabile il passaggio fra le due, portando conoscenze e strumenti dentro il processo decisionale.

Chi decide Decision maker Istituzioni e organizzazioni che assumono la decisione.
Ruolo abilitante Sherpa Conoscenze scientifiche, capacità relazionali, strumenti di dialogo, consapevolezza delle interdipendenze.
Chi vive gli esiti Community holder Comunità e territori su cui ricadono benefici e danni.
Un ruolo di connessione, non di sostituzione: la decisione resta di chi ha titolo per prenderla, ma diventa informata e contestabile.

La domanda del 2050, in fondo, è già qui. Il futuro non sarà deciso soltanto dalle tecnologie che sapremo inventare o dalle risorse che riusciremo a recuperare. Sarà deciso dalle architetture con cui stabiliremo chi può orientarle, chi può contestarle e chi avrà diritto di beneficiarne.

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Ritratto di Lorenzo Liguoro

Lorenzo Liguoro

Vice Presidente, Ricerca & Sviluppo di Sherpa. Sviluppa traiettorie di ricerca, sperimentazione e innovazione, connettendo analisi, strumenti e processi per affrontare territori e organizzazioni complesse.

Fonti e approfondimenti
  1. Agenzia europea dell’ambiente, European Climate Risk Assessment, EEA Report 01/2024, Copenhagen, 2024.
  2. Assemblea generale delle Nazioni Unite, Promoting the Social and Solidarity Economy for Sustainable Development, Risoluzione A/RES/77/281, New York, 2023.
  3. Commissione europea, Social Business Initiative, COM(2011) 682 final, Bruxelles, 2011.
  4. Commissione europea, Social Enterprises and their Ecosystems in Europe — Comparative Synthesis Report, Luxembourg, 2020.
  5. Commissione europea, Action Plan for the Social Economy, COM(2021) 778 final, Bruxelles, 2021.
  6. Commissione europea, Demography Report 2022, Luxembourg, 2022.
  7. Commissione europea, Transition Pathway for Proximity and Social Economy, Bruxelles, 2022.
  8. Organizzazione internazionale del lavoro, Resolution concerning decent work and the social and solidarity economy, Ginevra, 2022.
  9. Commissione europea e Alto rappresentante UE, European Economic Security Strategy, JOIN(2023) 20 final, 2023.
  10. Commissione europea, 2024 Ageing Report, Institutional Paper 279, 2024.
  11. Commissione europea/EISMEA, Benchmarking the Socio-Economic Performance of the EU Social Economy, 2024.
  12. Commissione europea, Mid-term Review of the Action Plan for the Social Economy, COM(2026) 138 final, 30 marzo 2026.
  13. Consiglio dell’Unione europea, Recommendation on developing social economy framework conditions, C/2023/1344, 2023.
  14. Defourny, J. e Nyssens, M. (a cura di), Social Enterprise in Western Europe, Routledge, 2021.
  15. Eynaud, P., Laville, J.-L. et al., Theory of Social Enterprise and Pluralism, Routledge, 2019.
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  17. Felber, C., L’economia del bene comune, Aboca, 2015.
  18. Messina, P. (a cura di), Oltre la responsabilità sociale di impresa, Padova University Press, 2019.
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  21. Tirole, J., Economia del bene comune, Mondadori, 2017.
  22. Unione europea, Regolamento (UE) 2024/1781 sulla progettazione ecocompatibile per prodotti sostenibili, 2024.
  23. Unione europea, Regolamento (UE) 2024/1252 sulle materie prime critiche, 2024.